venerdì 16 ottobre 2009

Il motivo della castità dei monaci buddisti

Si potrebbe dire: "che c'è di male nella sessualità, se praticata tra persone consenzienti e senza ledere terzi?". Niente, da un punto di vista "mondano". E qui sta il nocciolo della questione. Per capire come mai la sessualità viene proibita ai monaci bisogno x forza riandare alle radici culturali del "buddhismo", al contesto storico in cui nacque.

Userò due chiavi di lettura per interpretare la questione, una potremmo dire "marxistoide" :), perché addita la struttura economica come causa sostanziale dei fenomeni sociali, l'altra "spiritualoide", che guarda alla tensione umana universale verso la trascendenza, e in un certo senso prescinde dalla composizione economico-sociale.

Il contesto da prendere in esame è quello dell'India settentrionale di 2500 anni fa. Se non si parte da qui non si capisce niente. Quel contesto era del tutto diverso da quello indiano attuale, e molto simile a quello della Grecia classica. Una moltitudine di piccoli regni e repubbliche relativamente autonomi, di impronta agricola, ma che stavano rapidamente trasformandosi in realtà urbane commerciali. Piccole città-stato molto simili a quelle greche. E come in Grecia, anche nell'India del nord, la trasformazione da un'economia agricola a una mercantile stava provocando grandi sommovimenti sociali, grandi inquietudini, che accompagnavano il sorgere di una classe sociale media, in un certo senso paragonabile alla piccola borghesia europea nata con la riforma protestante. Questa classe media si sosteneva principalmente coi commerci.

La realtà rurale arcaica dell'India era quindi in crisi. Con essa, cominciarono a venir messe in discussione anche la religione tradizionale, e la rigida struttura sociale, improntata sulla famiglia patriarcale e le caste. Così, in quegli anni, come in Grecia nascevano le scuole filosofiche, e singoli maestri contornati da discepoli si interrogavano sui principi primi che regolavano la natura, anche in India gruppi sempre più numerosi di persone si ritiravano dalla società, inquieti delle sue regole e polemici verso la ritualità fossilizzata della religione arcaica, e cominciavano a far vita nomade, con lo scopo di trovare il senso della vita (detto in termini moderni).

Il segno visibile esteriore che comunicava il loro status di persone usicte volontariamente dalla società era il fatto di radersi barba e capelli, e di vestirsi di un saio di color zafferano. La loro scelta era una rinuncia sociale, in primo luogo. Sceglievano di boicottare la società arcaica e formalistica, di lasciare le caste di appartenenza, di non lavorare, vivendo di elemosina. Praticavano la castità, perché boicottare il matrimonio, pilastro della società, era uno strumento formidabile di rottura con l'ordine costituito.

Fin qui la spiegazione marxistoide, cmq utile fino a questo punto. Questi personaggi che rinunciavano alla vita sociale per andare alla radice del senso della vita furono chiamati "rinuncianti", asceti... "Samana" era il termine sanscrito. La veste giallo-zafferano e la testa rasata venivano subito identificati nella società indiana d'allora come i segni di un samana (anche se alcuni samana a posto di radersi si lasciavano crescere i capelli all'infinito, ammassandoli poi in quelle trecce che oggi vengono chiamate dreadlocks, o rasta... ma lo scopo era lo stesso: identificare il soggetto come "ribelle", "asceta", "deviante"). Un ribelle, uno che non condivideva la società così com'era impostata, e che quindi se ne "tirava fuori", rinunciando a ogni possesso e status sociale, per la propria ricerca spirituale.

Tuttavia i samana erano generalmente ben tollerati, e anzi - e questa è una caratteristica tipica dell'animo indiano, sopravvisuta fino ad ora - chi lasciava tutto alla ricerca della verità, chi rinunciava, era ammirato e rispettato. E' pieno nella letteratura antica indiana di aneddoti in cui il re si reca dal maestro samana per interrogarlo su questioni filosofiche. Non è il samana che va a corte, è il re che va a inchinarsi al rinunciante.

E qui si rende necessario il criterio spiritualoide. L'economia non basta. La visione spirituale di base dell'India di allora era che la natura è un immenso gioco cosmico che noi percepiamo in maniera distorta, come un effetto ottico. E' un'enorme illusione sensoriale, un gigantesco miraggio, chiamato "Maya", che intrappola dentro di se, come una gigantesca matrice, gli esseri viventi, umani e non, e li tiene catturati dentro di se tramite l'illusione sensoriale, tramite il farsi percepire come "realtà".

Gli esseri, ingannati dai loro sensi, non riescono a percepire la vera natura dell'universo in cui vivono, ossia la sua natura di "miraggio", illusione, inconsistenza, guizzo impermanente d'energia fluida, ma lo percepiscono come reale e solida la matrice, e così, illudendosi e ingannandosi, continuano a girare all'infinità in questa matrice condizionata, vita dopo vita.

La morte fa perdere il corpo degli esseri, ma la loro coscienza sopravvive al corpo, e spinta dal desiderio di possedere la realtà naturale che gli appare come solida e reale, continua nell'illusione, riprendendo pertanto, in modo inconsapevole, un altro corpo, e continuando a girare su se stessa all'interno della matrice, come in un sogno, come sotto ipnosi, vita dopo vita, schiava inconsapevole della matrice.

Questa matrice naturale fatta di miraggio che cattura nascondendo ai sensi degli esseri la sua natura illusoria e facendosi percepire reale, e li tiene in sè, vita dopo vita, all'infinito, sottoponendoli a sofferenza e piacere, senza fine, senza speranza, veniva detta "Samsara". Tutti i movimenti spirituali che stavano opponendosi al potere sociale della vecchia religione arcaica, dominata dal ritualismo dei sacerdoti e dai sacrifici animali, attingono a questa nozione indiana di samsara.

Questa nozione è però molto più antica della religione tradizionale, e probabilmente deriva dalle popolazioni indigene preariane che abitavano l'India quando essa fu invasa dagli indeuropei, che scendevano dalle pianure dell'Asia centrale e dell'Europa dell'est. Gli ariani portarono giù nelle giungle indiane le loro idee religiose di sacrificio, ritualità, culto del fuoco e del vento, e tanti altri elementi che sono simili alle religioni dei primi popoli europei.
Arrivati in India, trovarono però un vasto "serbatoio" locale di idee religiose, praticate dai popoli indigeni indiani, e ne assorbirono una parte.

Questo "serbatoio" religioso locale indigeno restò però sempre sotterraneo durante la "colonizzazione" ariana dell'India, nella forma dello yoga. Ed era proprio a questo patrimonio culturale che andavano attingendo ora i samana, i rivoluzionari non-violenti che si ritiravano dalla società in disgregazione. La concezione di Maya, matrice naturale del Samsara, il ciclo infinito di nascita-morte-rinascita da cui evadere per cercare la liberazione del proprio principio vitale, per accedere a un livello di realtà trascendente, assoluto, non condizionato, privo di dolore e di morte e di rinascita... questa concezione spirituale ancestrale che i samana stavano recuperando in polemica con la società e la religione rurale tradizionale è tutto materiale culturale preariano, è il sapere indigeno degli sciamani yoga, così simile infatti alle nozioni di tutti i popoli indigeni del mondo.

Ora, capito questo, viene forse più facile capire come mai i samana, e il Buddha in particolare (che era un samana), consideravano più utile per il loro ordine di samana asceti il divieto di praticare la sessualità...

Ricapitolando, la visione dei samana era questa: lo scopo della vita è evadere dalla matrice naturale del samsara, perché in esso non c'è speranza di sottrarsi alla sofferenza prodotta da continue morti e rinascite; il mezzo tramite cui la natura, Maya, tiene intrappolati tutti gli esseri nel samsara, è il "miraggio" sensoriale, ovvero l'offuscamento mentale derivante da una percezione sensoriale non limpida, e che non rivela quindi la vera natura della realtà dell'universo (ossia la sua inconsistenza, la sua qualità effimera, simile a un arcobaleno o un miraggio... e su questo ci sarebbe da dire molto, perché la fisica attuale, quantistica, è arrivata a conclusioni spettacolarmente simili sulla natura dell'universo), ma lo fa invece apparire come solido, reale, consistente, e induce gli esseri a desiderarlo, in tal modo tenendoli aggiogati nella matrice; il modo per uscire dal samsara è quello di "ripulire" la percezione sensoriale, affinarla, con la meditazione e lo yoga, per rendersi in grado di vedere la realtà per quello che è, e rompere quindi l'incantesimo di Maya; una volta che la percezione si fa limpida, si percepisce la natura per quello che è, e ci si "risveglia", ci si "illumina", come appunto fece il Buddha (epiteto che si traduce appunto come "il risvegliato"); per affinare la percezione sensoriale bisogna dedicare tutte le proprie energie alla procedura necessaria a questo affinamento, e cioè alla meditazione.

I legami familiari, gli affetti, e anche il solo sesso fine a se stesso, sono degli ostacoli in questo senso, perché impiegano le energie mentali che dovrebbero essere dedicate integralmente alla meditazione, e le sviano dirigendoli al piacere dei sensi. Questo piacere non è un peccato, come nella tradizione cristiana, non è un'offesa a un dio...niente di tutto questo. La ragione è molto più tecnica: è una "distrazione", nel senso letterale del termine, cioè un dis-trarre qualcosa, un attingere a qualcosa, che è l'energia mentale, e convogliare questo qualcosa verso l'appagamento sensoriale.

Quindi, in conclusione, la sessualità, così come i legami affettivi che spessissimo ne derivano, non sono adatti alla vita di un samana, perché nella migliore delle ipotesi lo "distrarrebbero" dalla pratica assidua e dura della meditazione, togliendogli tempo prezioso per dedicarsi all'affinamento della propria percezione sensoriale. Il sesso non è un male, anzi è un piacere, e il Buddha affermò che se non vi fosse stata una via di fuga dalla matrice del samsara il sesso sarebbe stata l'unico, tra i piaceri di questa dimensione, in grado di portare una misura decente di consolazione agli esseri intrappolati nella catena dolorosa di nascita-e-morte.

Tuttavia, siccome per fortuna il modo di evadere dal samsara e dalla natura condizionata e di accedere alla dimensione naturale dell'Assoluto, dell'Incondizionato, esiste, e passa attraverso l'affinamento della nostra percezione sensoriale, questo affinamento stesso rende necessario raccogliere tutto il proprio impegno, tutto il proprio tempo e tutta la propria energia, e il sesso renderebbe nella migliore delle ipotesi questo sforzo "meno efficace".

In conclusione, dedicarsi al sesso, e agli affetti, che sono tra i piaceri sensoriali che per loro natura più tendono a "catturare", a intrigare, a conquistare le persone, toglierebbe tempo ed energia alla pratica della meditazione, che è l'unica via verso l'evasione dal ciclo di nascita-e-morte della dimensione condizionata della natura, ovvero dal miraggio di Maya. Evadere da questa matrice naturale effimera e che tuttavia ci tiene saldamente catturati, al punto che i più nemmeno ne hanno coscienza, e arrivano a pensare che questa sia l'unica dimensione reale nell'universo....evadere da questa matrice è estremamente difficile, e possibile solo con uno sforzo acuto e prolungato, tramite la meditazione.

Questo è quello che sosteneva il Buddha. Spero ora ti sia più chiaro come mai fino ad oggi è stato mantenuto l'obbligo della castità per i monaci, che sono i samana dei giorni nostri. Esseri umani per i quali la "liberazione" dal samsara è il primo obiettivo, e non possono esserci distrazioni, perché altrimenti la via da percorrere diventerebbe insopportabilmente più lunga e tortuosa.

The end :)

Foto sconcertanti sullo scioglimento dei ghiacciai marini

28/07/2009
E' quello che aspettavamo in molti: una prova visibile del global warming da sbattere in faccia ai governi e ai pochi scettici rimasti in giro, sperando che sproni i potenti. E' di pochi giorni fa la notizia che alcune foto satellitari di altissima definizione scattate da un supersatellite sono state occultate dall'amministrazione Bush e "sono state fatte spuntare dal cassetto da un'agenzia governativa, l'Osservatorio geologico degli Stati Uniti, a poche ore dall'allarme lanciato sul clima dall'Accademia nazionale delle scienze, in una mossa che si presume concordata con lo staff dell'amministrazione Obama".. (dal sito di Repubblica).
Le foto sono veramente da brivido, non s'era mai visto nulla di simile riguardo a ghiacciai marini: si vedono i ghiacciai del mare Artico ridotti in misura evidentissima, alcuni dei quali in tempi brevissimi, come il ghiacciaio di fronte al porto della cittadina di Barrow, in Alaska, la città più a nord del mondo... Sostanzialmente intatto nel luglio 2006, sciolto del tutto nel luglio dell'anno successivo...
Purtroppo il clima è così, ha andamento non-lineare, cioè può cambiare di pochissimo per anni, fino a raggiungere poi un punto di non-ritorno e collassare improvvisamente.. E' quello che potrebbe accadere presto agli altri ghiacciai, alle barriere coralline e alla foresta amazzonica..
Le foto sono visibili oggi anche sul sito di Repubblica, ecco il link: purtroppo qui non viene come link e dovete fare copia incolla su un browser già aperto: http://www.repubblica.it/2006/12/gallerie/ambiente/riscaldamento-ghiacciai/1.html
Con la crisi purtroppo stanno mancando i fondi per la ricerca, e forse delle foto così ce le sogneremo se non saranno stanziati fondi per queste costosissime tecnologie satellitari... Se dovessimo aver ragione noi ecologisti radicali della Deep Ecology nel pensare che il pianeta è un'entità viva con una sorta di "coscienza", una sorta di "memoria morale", c'è solo da "riporre la propria fede in Gaia", come dice J. Lovelock, e sperare che vengano risparmiati almeno quelli "il cui passo su Gaia è stato lieve".
baci
Frà

venerdì 9 ottobre 2009

Champagne buddhism

A proposito di Foyles, che davvero e' la libreria piu' bella del mondo per quanto mi risulta, ho trovato dei libri di altisssima qualita' sul "modernismo buddhista" e sul dialogo scienza-buddhismo. Sono 7 anni che studio questi temi, da autodidatta. Ormai conosco i nomi degli addetti ai lavori. E quando m'e' capitato tra le mani, pochi giorni fa, l'ultimo libro di Donald Lopez, uno dei piu' seri studiosi mondiali di buddhismo, dal titolo "Buddhism and science", non ho esitato a divorarmelo, seduto su una comoda panca della libreria, come se fossi in biblioteca.

Il libro analizza il "modernismo" buddhista, ossia quel fenomeno culturalmente ibrido nato nella seconda meta' dell'800 tra Europa, America e Asia. Tutto comincio' a Parigi a meta' '800, con l'opera di uno studioso di sanscrito, Eugene Burnouf, che tradusse alcuni testi sacri buddhisti in un'epoca in cui nessuno sapeva niente di buddhismo in occidente. Burnouf diede una particolare interpretazione della figura umana del Buddha in una sua opera concepita come secondaria, un'introduzione al buddhismo, che pero' poi divenne la sua opera piu' famosa. E come spesso succede coi libri e con le teorie in materie non ancora esplorate, questa sua interpretazione divenne una specie di postulato per gli studi buddhisti successivi. Il Buddha veniva descritto come una sorta di liberale ante litteram, insofferente della religione costituita, contrario al sistema delle caste, un riformatore sociale, democratico e socialista. Il suo messaggio spirituale veniva descritto come una filosofia laica, puramente etica, senza alcuna connotazione religiosa.

Questa interpretazione fu poi recepita dai primi accademici vittoriani di studi buddhisti, qualche decennio dopo. In primis dal Prof. Max Muller, che pur essendo tedesco era stato naturalizzato inglese e insegnava a Oxford. Altri accademici occidentali dell'epoca, come il vittoriano T. W. Rhys Davids, che tradusse opere buddhiste importantissime, e la francese Alexandra David-Neel, veicolarono ulteriormente questa concezione. Rhys Davids tradusse un'opera cardine della letteratura tibetana medievale, una specie di ars moriendi buddhista tantrica, e gli diede il titolo di "Tibetan book of the dead". In questa prima edizione, che mi pare era del 1927, C. G. Jung scrisse una prefazione, anch'essa destinata a dettare legge nell'interpretazione di quest'opera, e del buddhismo tibetano in particolare; questa prefazione dava un'interpretazione metaforica psicologica alle figure di divinita' tantriche descritte nell'opera, e attribuiva all'opera un significato moderno e avveniristico.

Insomma, il Buddha veniva in un certo senso "occidentalizzato", veniva presentato come una sorta di gentleman vittoriano nato per sbaglio nell'India di 2500 anni fa. Un riformatore sociale, ateo e individualista. Il cui messaggio puramente etico era stato poi frainteso e mitizzato dalla mentalita' superstiziosa degli indigeni indiani, e rivestito di significato mistico nel corso dei secoli. Fin quando, per fortuna, l'eccelsa cultura europea era stata in grado di riscoprire dai meandri della storia la vera figura del Buddha, aveva potuto liberarla dalle incrostazioni mistiche dei selvaggi superstiziosi, e rendergli l'onore che gli spettava.

E' incredibile leggendo Alexandra David-Neel, che pure fu l'unica orientalista a mettere davvero mai piede in oriente, quanta arroganza culturale si avverte nelle sue descrizioni del buddhismo tibetano. A quei tempi andava ancora di moda nei circoli accademici occidentali considerare il buddhismo tibetano come una particolare "degenerazione" superstiziosa del "vero" buddhismo, che era considerato quello della tradizione theravada del sud-est asiatico. Questa scrittrice aveva viaggiato in Tibet travestita da uomo, per anni, col suo figlio adottivo tibetano. Conosceva bene quella cultura, in tempi in cui il Tibet era davvero isolato dal mondo e in una sorta di medioevo. Eppure nei suoi libri, letti ora, e' evidentissima quella forma di colonialismo intellettuale che all'epoca imperava nelle opere degli studiosi europei. La maggioranza dei quali non era mai stata fuori d'Europa, ma siccome conoscevano il sanscrito e il pali, si permettevano di dare giudizi di valore e di superiorita' a tradizioni millenarie.

La natura in un certo senso "coloniale" del modernismo buddhista non e' pero' a senso unico. Non erano stati solo gli studiosi europei a imporre la loro particolare interpretazione soggettiva occidentalizzante alla figura umana del buddha storico, e a svalutare gli aspetti religiosi del buddhismo asiatico perche' non in linea con la mentalita' razionalista e scientista europee di fine '800. Anche alcune figure storiche asiatiche, per fini difensivi e nazionalistici, avevano avuto una parte nel creare il modernismo buddhista. Per es., il nazionalista cingalese Anagarika Dharmapala, che si approprio' proprio della versione vittoriana e scientista del buddhismo che gli accademici europei dell'epoca stavano elaborando per contrapporla polemicamente al cristianesimo, e farne un'arma nazionalista per difendere la cultura cingalese dagli attacchi coloniali dei missionari cristiani e delle potenze straniere. Il tutto, sulla base della pretesa che il buddhismo era una filosofia piu' vicina alla scienza di quanto lo fosse il cristianesimo, e dunque le accuse occidentali di superstizione e arretratezza che giustificavano in un certo senso il potere coloniale occidentale di Sri Lanka erano assurde e infondate.

Altri movimenti nazionalisti asiatici che si opponevano al colonialismo europeo assunsero entusiasticamente proprio questa versione occidentalizzata del buddhismo, e fecero paradossalmente di questa versione "coloniale" della loro stessa religione un'arma da ritorcere proprio contro le potenze coloniali stesse. E' come se al reggente inglese di una colonia asiatica, che giustificava il suo potere con la pretesa di portare la civilta' a popoli soggiogati dalla superstizione e dalla fantasie mistiche antiscientifiche, il nazionalista asiatico rinfacciasse che supestizione e misticismo sono prodotti ossidentali cristiani, imposti dai missionari europei, e che invece il vero spirito buddhista e' molto piu' in linea con la scienza occidentale di quanto lo sia la cultura occidentale stessa, con la sua chiesa cristiana superstiziosa e oscurantista.

La natura ibrida del modernismo buddhista, creato dalla mentalita' occidentale di fine '800, scientista e razionalista e liberale, ma poi usato apologeticamente dal nazionalismo asiatico in vista dell'indipendenza politica, e' viva tuttora, e si manifesta specialmente col dialogo scienza-buddhismo. Non che sia sbagliato cercare un po' di dialogo tra la scienza e una religione, ma e' facile vedere nel caso del dialogo scienza-buddhismo il retaggio coloniale del modernismo. Da un lato, e' come se si cercasse ancora, in pieno ventunesimo secolo, e malgrado ora la scienza non sia piu' fanatica e arrogante com'era ai suoi inizi, di dare una patente di credibilita' scientifica a un credo religioso, e questo non ha molto senso, perche' la scienza si occupa di spiegare la natura secondo particolari regole logiche, mentre le religioni si occupano di dare un senso alla vita umana e al cosmo in rapporto all'esistenza di una dimensione assoluta, non spiegabile razionalmente. Da un altro lato, se si guarda bene, il dialogo scienza-buddhismo e' ancora in larga parte motivato, da parte asiatica, da pulsioni politiche indipendentiste: scienza e buddhismo infatti oggi dialogano principalmente attraverso il Dalai Lama e le conferenze annuali che lui tiene con neuroscienziati a biologi nel "Mind and Life Institute". E il Dalai Lama ha a cuore non solo il buddhismo, ma anche il suo popolo, che e' ancora - e forse sempre rimarra' - privo di indipendenza politica. Oggi come ieri quindi, il buddhismo continua a corteggiare la sua versione occidentalizzata made in Europe e a vantare patente di scientificita' a fini apologetici e politico-nazionalistici.

Quanto successo e quanto guadagno il buddhismo possa trarre dal portare avanti la sua versione modernista non si sa. Perche', come dice Lopez, e come penso anch'io, fino a che punto si puo' forzare una tradizione spirituale per portarla ad essere in armonia con tutto cio' che la scienza sostiene, senza perdere lo spirito della tradizione stessa? E se oggi si guarda a certi aspetti di certo buddhismo, che veramente confina con la new age....se si leggono certe riviste di buddhismo americane, che somigliano a Vanity Fair..Certe forzature, certe reinterpretazioni della dottrina in chiave psicologista o scientista....Veramente ci si chiede quanto senso abbia portare avanti una versione ibrida.. Non che esistano culturalmente cose che siano assolutamente "pure" e non "ibride"...Tutto in cultura e' sempre un po' ibrido. Ma prendere una religione di 2500 anni fa, con 2500 anni di tradizione asiatica, selezionare polemicamente alcuni stralci dalle scritture, rileggerli fuori dal contesto storico, e assemblarli per crearne una versione che possa apparire assolutamente coerente con la scienza, che e' un metodo logico-deduttivo nato dalla cultura occidentale e permeato da costanti culturali occidentali...mi pare un tentativo sterile e dannoso..

E quindi viva il Dalai Lama, che pur essendo in parte un portavoce del modernismo buddhista, per alcuni aspetti politici e sociali, resta per quanto riguarda la dottrina (per es., riguardo ai concetti di karma e rinascita) un tradizionalista.. Altrimenti, come ha detto recentemente il Dalai Lama e come Lopez riferisce, scegliendo questa battuta come frase conclusiva del suo libro, se uno aderisse in toto al modernismo buddhista, il Buddha non sarebbe piu' il Buddha.. "the Buddha would only be a nice person"..il Buddha diventerebbe semplicemente una bella persona.. :)


baci